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Era come una vigna antica, un composto di esperienze che solo il tempo ti può dare, che ti rende quasi legnoso e contorto nell’aspetto tanta è stata la fatica del vivere, ma disponibile a condividere e ricco di saggezza nel cuore, lucido e pieno di vita. Lo vidi arrivare con delle zucchine dal suo orto, fatto su una marogna vicino casa. Conobbi la mucca la capra e le galline, avevano tutte un nome. In casa, nella cucina c’era un grande camino posso dire che portava via l’intera stanza, le braci vi ardevano rilasciando un lieve tepore, e il profumo della minestra pervadeva tutta l’aria, lo sentivo già da fuori. Me ne innamorai subito, guardandolo e ascoltandone i racconti. Quasi invidiavo Federico per il rapporto così unico con lui. Erano uniti profondamente. Capii come la passione per la terra possa essere ricevuta in dono, come patrimonio da chi l’ha coltivata, cercata, dominata e pazientemente attesa per una vita intera.
Il suo motocarro che andò a comprare nel "lontano trentino" come raccontava lui, quasi fosse stata un’impresa, forse lo era stata dati i tempi, si parla del primo dopoguerra, ero io che non capivo nulla!! Ancora oggi Federico lo utilizza nel campo perché così Leone è lì ed è contento.
Come non rispettare ed essere rapita dalla storia di quest’uomo legata a questo territorio.
A differenza di Federico che ha sempre goduto di queste terre, io le conobbi così, attraverso Leone e i suoi racconti.
Non fu difficile scegliere, quando dovemmo farlo, una volta sposati. Certo è innegabile, non c’era bisogno di una nuova cantina nel cuore della zona classica, dove i grandi nomi di cantine storiche hanno fatto conoscere la denominazione e i suoi importanti vini nel mondo. Ma difficile chiudere gli occhi e far tacere il cuore ogni volta che si tocca la terra e se ne colgono i frutti. In fondo ognuno di noi parla in modo diverso ed interpreta diversamente il proprio mestiere. Quando vuoi concretizzare un’idea e vuoi parlare e dire la tua, beh, allora credo che ci sia un posto anche per noi, per tutti direi.
Leone ci insegnò che bisogna avere pazienza. La prima grandine che vidi mi spaventò molto, a casa mia mal che facesse rovinava i fiori ma qui …. mi disse che poteva capitare, era naturale, bisognava pazientare. Il tempo e anche l’uomo possono con coscienza aiutare la natura e per quanto possibile tutto troverà una soluzione, e se ciò non avvenisse bisogna comunque avere fiducia!!!
Una volta capito quello che nella sua semplicità voleva insegnarci, tutto ciò che sta prima, dietro l’apprendimento tecnico sia esso enologico che agronomico, che muove l‘uomo al fare, la passione che si trasforma nella volontà del realizzare un progetto per quanto difficile e grande possa sembrare, allora abbiamo sentito che si poteva fare, che anche la nostra voce poteva unirsi a modo suo alle altre.
Così le quattro mani divennero sei ed il progetto si fece sempre più concreto con Roberto. La sua presenza discreta e sapiente, cara nei lunghi anni di amicizia ha trovato un’altra espressione di sè in TdiL. Ha dato fiato all’idea e fiamma al "marchingegno" da cui tutto è nato, traducendo prima sulle carte e poi nella realtà TdiL.
Quante notti passate a progettare la cantina e quanto tempo trascorso sui libri! Quante domande abbiamo fatto a chi ci ha dato la possibilità di conoscere ed apprendere lavorando, tutto quello che pensavamo ci servisse per capire dove volevamo andare e come dare corpo e anima alla nostra idea. Queste persone saranno sempre con noi, perché hanno condiviso un tratto difficile del nostro percorso ed hanno avuto la pazienza di ascoltarci e donarci un po’ di se stessi.
Non fu facile per noi ottenere un risultato, dovevamo fare tutto senza sottrarre tempo al lavoro quotidiano, ma furono anni intensi e pieni di entusiasmo dei quali conserviamo un caro ricordo. Uno dei primi a credere in noi oltre a Roberto fu Clemente, insieme a pochi altri non ci fecero mai sentire soli.
Iniziammo con la sistemazione dei campi rifacendo le marogne (i tipici muretti a secco con cui si creano i terrazzamenti) e poi reimpiantando i vigneti optando per un sistema di allevamento innovativo per la Valpolicella, il gouyot. Crediamo sia un sistema , che alla presenza di precise condizioni ambientali (cioè legate al terreno, all’esposizione, all’altitudine, al sesto d’impianto e alla densità delle viti), possa dare grande qualità alle uve riducendo le quantità anche drasticamente.
Qualche anno dopo iniziammo a ristrutturare la cantina. Volevamo realizzare una cantina che lavorasse per gravità in ogni passaggio, in questo modo crediamo si possa ridurre lo stress delle uve e del vino causato dalle varie lavorazioni e dai molti passaggi che inevitabilmente si devono fare, diciamo "un lavorare" in modo tradizionale, naturale!
Volevamo seguire uno stile ben preciso, volevamo la qualità sia in campagna che in cantina, volevamo rispettare la tradizione nella produzione dei vini, ben sapendo di vivere nel 2000 e che le filosofie estreme non dovevano compromettere l’attento e duro lavoro nei campi. La tecnologia è necessaria ma va gestita, serve solo ad accompagnare il vino nel suo cammino perché bisogna sempre ricordare che esso nasce in campagna dalla terra e bisogna pensare a come sarà già quando si vendemmia.
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